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sabato 19 febbraio 2011

Recensione film: Il cigno nero - Black Swan - (USA, 2010)

Squadra vincente non si cambia. Aronofsky alla regia, Clint Mansell alle musiche, e la Protozoa Pictures, sempre di Darren, in prima linea a realizzare l'ennesimo capolavoro: Black Swan.
Ancora una volta il nostro regista mette in scena un turbinio di immagini disturbanti, emozioni, e trip mentali, come solo lui sa fare, per un film entrato a pieno titolo nella storia del cinema.
Ambientato in una New York cupa e grigiastra, Black Swan non è solo la storia della ballerina Nina, magistralmente interpretata da Natalie Portman, ma anche uno spaccato nel mondo della danza, con le sue invidie, il marcio, e la tanta fatica per arrivare. Un marpione Vincent Cassel e un'ambigua Mila Kunis condiscono l'opera del Maestro che, dopo la parentesi hollywoodiana di The Wrestler, ritorna alle origini con un film in salsa Requiem for a Dream & The Fountain, dai quali riprende parecchie tematiche. Ho letto di chi non ha apprezzato la cosa, a mio avviso in questo caso ci può stare, come se Darren voglia in qualche modo legare le sue opere a un filo conduttore comune.
Gli ultimi 15 minuti valgono l'intero film. Sono un capolavoro, un tornado di immagini splendide, emozioni, e ansia. Grande Aronofsky, anche stavolta hai colpito nel segno.

sabato 7 novembre 2009

Recensione film: La Banda Baader-Meinhof (2008)

Non so con quale coraggio la Germania abbia potuto candidare al premio Oscar un film palloso come Der Baader-Meinhof Komplex. Questa sera ho passato 2 ore e 20 minuti aspettando che succedesse qualcosa di nuovo, di mai visto, di originale.
Invece mi sono trovato davanti una Martina Gedeck monoespressione come al solito e parrucca-munita, un paio di corpi nudi qua e là, una recitazione a dir poco penosa, come di peggio non poteva saltare fuori, e per pepare il tutto una serie di effettacci speciali a fare sfondo a scene nonsense. 150 minuti sono bastati per farmi imbestialire e bollare il tempo passato davanti allo schermo come buttato.
La storia la conosciamo tutti. Peccato che quella raccontata nel film avesse pretese di intreccio, che è stato realizzato in modo maldestro, facendo apparire e scomparire personaggi dal niente, senza un perché. Legami non spiegati e non sviluppati. tagli di sceneggiatura qua e là, e deprimenti scene patetiche fanno di questo film qualcosa di veramente intollerabile e indigeribile. Corro a farmi una tisana. Sbloarp.

giovedì 11 giugno 2009

Recensione film: Una notte da leoni (The Hangover, 2009)

Ho avuto modo di vedere questa penosa pellicola stasera in anteprima. Già sapevo cosa avrei avuto davanti, ma su due fronti ero piuttosto dubbioso: il primo era la reazione del pubblico; il secondo era il voto degli utenti di IMDB.com (8,5 come voto, posizione 126 tra i migliori 250 film di sempre, davanti cioè a capolavori come Il Petroliere, Ben Hur, e Il cacciatore).
Purtroppo sono rimasto stupito su ogni fronte. La storia è già vista e rivista: un gruppetto di amici si reca a Las Vegas per festeggiare l'addio al celibato di uno di loro, ma durante la notte di follia succedono cose impreviste. Il giorno dopo, al risveglio, il futuro sposo manca all'appello e i tre "amici miei" dovranno ritrovarlo per portarlo in tempo alle nozze. Il tutto ovviamente, condito di gag e situazioni che per gli sceneggiatori dovrebbero essere nuove ed esilaranti.
Invece purtroppo è tutto già visto, a cominciare dal famoso scherzo della tigre a Leo Gullotta, per poi recarsi ai famosi cinepattoni che racchiudono un mix di pecoreccio e stupidità, fino a toccare anche Tutti pazzi per Mary. Un personaggio coprotagonista strappato a Il grande Lebowski conclude lo scopiazzamento generale, con battute vecchie e scene prevedibili. E invece... invece il pubblico bue comincia a ridere fin dai primi secondi, fin dal momento in cui compare il logo Warner Bros. L'ilarità cresce ad ogni battuta stupida, tant'è che comincio a sospettare che vi siano risate registrate in sala, come succede per Striscia la Notizia. Ma forse no. Il film va avanti e le idiozie aumentano, e la gente ride. E io serissimo. Ho contato solo un paio di battute divertenti (2 di numero) in tutto il film, ma il resto non dovrebbe fare ridere, al massimo fare piangere. C'è inoltre qualche scena violenta che è costata al film una R negli Stati Uniti. Di film di azione od horror ne ho visti e apprezzati tanti, ma questo nella scena delll'incisivo mancato o in quella della pistola elettrica è ai livelli di Hostel come impatto visivo. Fa schifo, fa vomitare. Ma il pubblico ride.
Sul finale, i borazzi presenti in sala hanno pure fatto un accenno di applauso.
Schifato, me ne sono uscito silenzioso, sentendo i commenti "bellissimo", "divertente", "un po' troppo lungo". A me, più che Una notte da leoni, è sembrato Una cagata da elefanti.

sabato 16 maggio 2009

Recensione Serie TV: Prison Break (2005 - 2009)

Ho appena finito di guardare le ultime 2 puntate di Prison Break, giunto ieri, 15 maggio 2009, alla sua conclusione, dopo 4 stagioni intense ed estremamente interessanti.
Il telefilm parla delle vicissitudini di Michael Scofield (Wentworth Miller), un ingegnere edile, e di suo fratello Lincoln Burrows (Dominic Purcell), chiuso ingiustamente in una prigione di massima sicurezza. Dietro all'incarcerazione di Lincoln, infatti, si stendono giochi di altissimo potere che porteranno i due fratelli (e quanti incontreranno nel loro percorso) a una lunga ed estenuante fuga.
Il punto di forza della serie, almeno all'inizio, erano gli stratagemmi che Scofield si inventava per cavarsela in ogni situazione. Allo stesso modo di McGyver, Scofield riesce a usare il proprio ingegno per escogitare le cose più impensabili. Purtroppo, però, col passare del tempo sono mancate all'appello reali novità, anche perchè le bombe costruite alla stregua di Monkey Island non potevano essere per loro natura infinite. La serie ha quindi preso una piega diversa, stagnando, soprattutto nella quarta stagione, in una sorta di limbo che non le si addiceva più, ma che poteva essere perfetto per un prodotto di fascia media.
Anche l'uso dei flashback, che all'inizio spiegavano una miriade di parti lasciate in sospeso, si è con il tempo affievolito: ma i fan come il sottoscritto non si sono scoraggiati, e hanno comunque apprezzato il lavoro degli ottimi sceneggiatori.
A mio avviso, Prison Break è stata una delle migliori serie mai prodotte negli Stati Uniti, alla stregua di Miami Vice e Oz. Un plauso va alla prima e alla seconda serie, sicuramente capolavori di montaggio, tecnica, e plot. Con la terza serie, accorciata dallo sciopero degli sceneggiatori americani, è iniziato il lento declino della storia, che è terminata forse in un modo troppo scontato, se confrontato con i "fasti" delle puntate di apertura.
Il telefilm rimane per me in ogni caso un vero e proprio capolavoro, con un impiego di attori e di forze straordinario. Ho sentito però anche io il bisogno di arrivare a una fine, pena il cadere nel piattume e nel ridicolo. Attendiamo con ansia l'uscita del dvd con una parte aggiuntiva, non trasmessa in tv, della durata di 2 ore. Sigh.

mercoledì 6 maggio 2009

Recensione: Il Signore del Male (Prince of Darkness, 1987)


Un filmone. Un capolavoro assoluto. Il Maestro John Carpenter ci ha concesso 20 anni or sono un'altra delle sue perle di saggezza: il principe delle tenebre, il signore del male. Un titolo che dice tutto e nulla, ma che riserva agli appassionati delle opere del Vate la certezza di trovarsi di fronte a un lungometraggio di qualità. Già dai titoli di testa, quando ho letto "Una esclusività Cecchi Gori Group" e ho visto che i produttori erano Mario Kassar e Andrew Wajna, gli stessi libanesi di Rambo e Terminator, ho capito che gli applausi sarebbero scrosciati. E così è stato.
In questa opera Carpenter indaga sullo scontro tra ragione e fede, e cerca di smantellare tutti i fondamenti del cristianesimo come solo lui sa fare. Sullo sfondo, un essere malvagio che avanza e accresce il suo potere, mentre un gruppo di universitari cercherà di fermarlo, non senza pesanti ripercussioni sulla propria salute fisica e mentale.
Molte persone trovano questo film davvero terrorizzante: io lo trovo assolutamente inquietante: il messaggio-sogno che tutti i personaggi ricevono è girato in modo così banale ma sapiente da riuscire a fare salire qualche brivido lungo la schiena, pur senza alcun effetto speciale.
La colonna sonora è semplicemente eccellente: sin dall'inizio la sentiamo costantemente, e capiamo che ci accompagnerà per tutto il film, sottolineando magistralmente i momenti di maggior pathos. Chiaramente anche questa è opera del Maestro, e presenta come già noto un massiccio uso di sintetizzatori dell'epoca, che riescono senza problemi a trasformare un semplice suono elettronico in una sorta di coro di voci infernali, per la gioia di tutti i fan di questo genere. Consigliato assolutamente a tutti.

lunedì 20 aprile 2009

Recensione: Sbirri (2009)

Dispiace sempre scrivere una critica negativa di un film dai buoni propositi come Sbirri, ma, ahimè, credo che ciò sia necessario. Raoul Bova si cala nella parte di un giornalista di nome Matteo Gatti che decide di seguire una squadra di Polizia per capire le logiche dello spaccio e dell'uso della droga tra i giovani, dopo che suo figlio è morto a causa di una pasticca di ecstasy. Già da subito l'analogia del cognome con quello di Fabrizio Gatti, giornalista che realmente si infiltra ovunque, è balzata all'occhio, dando un che di "poco curato" al nome del protagonista e mescolando in modo confuso caratteri di una fiction di serie B con quelli di un documentario.
In secondo luogo, il melodramma diffuso come i pianti e le grida di Simonetta Solder sono risultati semplicemente imbarazzanti, creando in sala lo stesso effetto che possono scatenare i Fichi d'India in un cinepattone: gente piegata in due dalle risate, urla, ironici scrosci di applausi. In poche parole, una catastrofe. Quando una scena di pianto fa ridere il pubblico, gli attori dovrebbero riflettere sulla loro credibilità e soprattutto bravura. Se poi il regista insiste troppo su primi e primissimi piani, accentuando ancora di più tutte le espressioni malriuscite, allora si entra nel campo del masochismo puro. I poliziotti dell'Antidroga, già conosciuti nel documentario sicuramente meglio riuscito Cocaina sono semplicemente ottimi, ma purtroppo sono relegati eccessivamente in secondo piano: il titolo del film pertanto è assolutamente ingannevole e a mio avviso squalifica tutto il film, non appena ci si accorge che in realtà il tutto è una mielosa e pedante fiction per famiglie da mandare in onda su Canale 5.
Bova se la cava bene, è credibile e riesce a calarsi in un ruolo non facile. Forse è l'unico assieme alla squadra di Polizia che crede veramente in questo film tra tutti gli attori in scena, che sembrano non di rado pesci fuor d'acqua buttati lì a casaccio.
La scena finale del parto credo che sia una delle peggiori che abbia mai visto in vita mia: avevo, come tutti, le lacrime agli occhi dal ridere.

sabato 4 aprile 2009

Recensione: Mad Max (Trilogia, 1979, 1981, 1985)

La saga di Mad Max mi aveva da sempre incuriosito, tant'è che ho deciso di guardarmela tutta di un fiato questa settimana. Non si tratta a mio avviso di un capolavoro, ma di qualcosa di comunque notevole e da non perdere. Merito degli scenari australiani, che si prestano a una storia ambientata "pochi anni più avanti da oggi" dopo una catastrofe nucleare. Max è un poliziotto buono con una allegra famigliola al seguito, che combatte branchi di teppisti borazzi e muniti di creste che scorrazzano per le strade, razziando ciò che trovano e commettendo tutti i crimini più sadici e peggiori. Dopo che un gruppo di questi soggetti si accanisce su sua moglie e suo figlio, Max impazzisce, e a bordo della sua V8 Interceptor tamarra, costruita da una Ford Falcon XB GT Coupè del 1973, dichiarerà guerra aperta ai pennuti, inseguendoli ad alta velocità per le strade, e provocando incidenti da Premio Nobel.
Personalmente ho amato il primo film della serie, apprezzando in particolar modo la regia estremamente moderna,calibrata, ed estremamente convincente, basata su un budget assolutamente ridicolo: Il secondo e il terzo film sono più o meno alla pari, e sempre secondo il mio modestissimo parere si trovano una spanna più sotto rispetto al primo. Spettacolari e mai sotto tono sono gli incidenti. C'è un vero e proprio gusto per il realismo e un pizzico di sadismo caricaturale. Quello che ho apprezzato meno, invece, è il gap profondo che c'è tra il primo e il terzo episodio in fatto di ambientazione. Se nel primo film infatti si è in uno scenario di degrado molto simile però al nostro mondo attuale con Kawasaki Z1000, automobili vere e proprie, e abitazioni normali, nel terzo ci ritroviamo in un mondo primitivo, desertico, fatto di pseudo-centurioni borazzi e kart alimentati da motori turbogetto. E' un salto temporale un po' troppo affrettato, anche se di grande impatto visivo. E' consigliata a tutti la visione per avere un'idea, tenendo in considerazione il fatto che, soprattutto nel terzo film della serie, il limite tra il colpo di genio e la buffonata è estremamente sottile.

martedì 24 marzo 2009

Recensione: Gran Torino (2008)

In tanti hanno provato ad incentrare film su temi scottanti come il razzismo. Purtroppo, senza riuscirci. Un maldestro e penoso esempio è stato Crash, che ha vinto pure una sfilza di statuette senza motivo. Clint Eastwood è a mio avviso oggi il solo a riuscire a confezionare una pellicola in cui oltre alle emozioni forti vi sono messaggi di una complessità e profondità unica nel loro genere. Il nostro ci ha regalato una perla del cinema internazionale, senza badare al conformismo, alle banalità, ai colori rosa pastello. Clint si introduce in una America in continuo divenire, interpretando il ruolo (che da sempre indossa, come la t-shirt verdona) del vecchio razzista legato ai suoi anni di gioventù, del duro tormentato ma dal cuore buono, del personaggio carogna ma profondamente umano. Gran Torino è la summa dei film di Clint, che giunto a 80 anni di età si guarda indietro, raccoglie ciò che ha seminato, e lancia un grande messaggio di uguaglianza e umanità al suo pubblico, che conta tanti, tantissimi giovani che lo stimano per le sue opere originali e coraggiose. Il tutto, irrorato dalla sua famosa ironia, dalle battutine che solo lui sa pronunciare. Il volto tremolante, la fessura che ha da sempre al posto degli occhi, le rughe profonde non alterano la sua personalità forte e carismatica. Clint è ancora in gamba, anzi, in gambissima. E ci auguriamo che possa regalarci ancora tanti capolavori come questo.

martedì 10 marzo 2009

Recensione: Ratatouille (2007)



A volte capita che il cinema sia come il cibo: poesia. Poesia pura, espressa tramite arti visive capaci di stimolare talvolta anche il palato di chi sta osservando, senza che di fatto stia gustando nulla. E' il caso di Ratatouille, film prodotto da Pixar per Walt Disney Pictures che mi ha letteralmente stupito per i contenuti "alti" e la leggerezza con cui al tempo stesso vengono narrati.
Gli argomenti cardine di tutto il film sono la cucina e la ricerca del piacere nel cibo: a pensarci bene sono temi un po' lontanucci dal target 0-10 a cui questo film è rivolto. Difatti, è molto difficile che un bambino possa comprendere pienamente la mole di concetti, di sapori, e di lezioni che il film propone. Piuttosto, i più piccoli apprezzeranno le disavventure del simpatico topo Remy e dello sguattero Linguini piuttosto che la lezione su come si tagliano le verdure.
Ho avuto modo di mangiare in ristoranti di un certo livello, e mi sono stupito di poter vedere, seppur in forma animata, l'aspetto di una cucina minuziosamente fedele alla realtà, così come di una sala in cui il servizio viene effettuato secondo i canoni tradizionali (anche se la cosa, a causa del fast motion, passa in secondo piano). Non a caso numerosi sono stati gli chef che hanno dato consigli per la realizzazione del ristorante che si vede nel film, e tutto è stato curato nei minimi dettagli. Una cosa a mio avviso insolita, commovente, e da non sottovalutare.
Il tema ricorrente per tutta la durata del lungometraggio è "Tout le monde peut cousiner", una frase ambiziosa e che viene ampiamente spiegata con l'evolversi della storia. Mi sento di condividerla in pieno, nel senso inteso dagli autori (che non svelo).
In conclusione, un grande capolavoro di animazione, adatto a tutti, ma che sarà apprezzato soprattutto dai gourmet, che avranno di che divertirsi per tutta la durata del film. Spettacolare.

domenica 22 febbraio 2009

Recensione: Resa dei conti a Little Tokio (Showdown in Little Tokio, 1991)

E' sempre un piacere guardare su IMDB i voti degli utenti ai film girati da Mark L. Lester: 2.7, 4.9, 3.5, 5.6, 6.1, e cosi via. Gli amanti dell'action movie sanno che in questo caso il voto va letto al contrario: più è vicino a 1, più eccelle. Ed è una sacrosanta verità.
Questa volta il buon Mark, dopo avere diretto magistralmente il capolavoro Commando e avere appena visto Hard to kill ha deciso di mettere insieme un film d'azione sbalordendo qualsiasi mente (razionale, s'intende). Ha accostato Dolph Lundgren a Brandon Lee, ha rubato il guardaroba e l'arsenale di Steven Seagal, e ha confezionato un capolavoro del cinema d'azione unico, ricco di humour e di borazzia.
Dolph Lundgren è figlio di un membro della polizia militare (?) che viene barbaramente ucciso da Yoshida, uno yakuza spietato e cattivissimo. Grazie all'aiuto del fido Brandon Lee lo cercherà, lo troverà, e lo ucciderà senza alcuna pietà. Dolph è bravissimo: porta un pantalone con la vita che gli arriva alle ascelle e una giacca di pelle tamarra, con un sole cucito dietro; anfibi d'ordinanza, pistola, e quando non serve arti marziali a gogo. Peccato che, salvo in rari casi, non si muove neanche. Basta che sfiori il suo nemico per scaraventarlo senza problemi contro la parete di fronte. E' in realtà con le armi che riesce a dare il massimo. La sua specialità è la mitraglietta, insieme al fucile a pompa, il pugnale giapponese, e la katana. Con questa, darà luogo a una delle più fantasiose uccisioni mai viste, che merita da sola tutto il film.
Fantastico poi il suo sesto senso: sa che un cattivo è dietro una porta, la sfonda con un braccio, afferra il marrano e lo trascina a sé facendogli sfondare col corpo tutta la porta. Un capolavoro unico, un grande vademecum per chi al giorno d'oggi vuole fare cinema serio e costruttivo. Memorabile anche la battuta pronunciata dal compianto Brandon Lee: "Hai il diritto di non fare dichiarazioni, hai il diritto di avere un avvocato...e hai il diritto di morire incendiato!"
Unico in questa scena il costume d'ordinanza di Dolph Lundgren, che sembra preso direttamente dai personaggi visti in Mai dire Banzai: una fascia sulla fronte col sol levante, una sorta di gilet da karate kid dalle spalle larghe e un pantalone largo da karate, che gli da un aspetto ancora più goffo e imbecille. La foto allegata parla chiaro.
La colonna sonora e le scene sono le stesse di Hard to kill, e talvolta ci si aspetta di vedere il codino ingellato di Seagal fare irruzione nella scena. Purtroppo, questo non è accaduto.

sabato 14 febbraio 2009

Recensione: Io vi troverò - Taken (2008)

"Io non so chi siete, non so che cosa volete. Se cercate un riscatto sappiate che non possiedo denaro. Pero io possiedo delle capacita molto particolari che ho acquisito durante la mia lunga carriera, che fanno di me un incubo per gente come voi. Se lasciate andare mia figlia la storia finisce qui: non verrò a cercarvi, non vi darò la caccia, ma se non lo farete io vi cercherò, vi troverò, e vi ucciderò." "Buona fortuna".


Un capolavoro assoluto. Un film unico ed entusiasmante. Un grande esempio di cinema d'azione con violenza a raffica come non se ne vedeva da anni, dai tempi in cui Steven Seagal e il suo fido codino spadroneggiavano nelle migliori sale cinematografiche di tutto il mondo.
Liam Neeson interpreta la parte di Brian, un ex agente del governo specializzato in "prevenzione" a cui una banda di albanesi rapisce imprudentemente la figlia, in vacanza a Parigi con l'amica Amanda, da subito destinata a fare una brutta fine.
Il duro Liam partirà alla volta di Parigi, e grazie alla sua tecnologia di alto livello e ai suoi fidi amici 007 entrerà in un traffico internazionale di esseri umani, e si lascierà alle spalle una lunga sfilza di morti, ammazzati nei modi più borazzi e fisicamente improbabili.
Ma è proprio questo che vogliamo noi amanti del cinema di suspance e azione: vogliamo emozioni forti, gratis, e "vendute" a buon mercato. E in Liam abbiamo trovato il nostro eroe.
Da sottolineare anche il risvolto politico della vicenda, dai toni alquanto fascisti e giustizialisti (ma condivisibili in parte): "Venite in questo paese, vi approfittate del sistema, e poichè siamo tolleranti pensate che siamo deboli e indifesi. La vostra arroganza mi offende. E la quota aumenta di un altro 10%."
Come dicevo, le uccisioni sono spettacolari. Arti marziali a gogo, pistole, lame, e salti del nostro impavido Liam, che si lancia attraverso vetrate con nonchalance unica, alla faccia dei suoi 56 anni suonati. Memorabile anche la sua mossa preferita: il tremendo e ripetuto pugno nel fianco delle sue vittime, a cui segue da clichet la rottura delle costole. Spettacolare.
Il ritmo è serratissimo ed avvincente, la storia scorre come acqua fresca, e il nostro eroe arriva a trovare sua figlia dopo essersi vendicato di tutti. Ma proprio tutti. Anche del suo ex amico, agente governativo corrotto, che punisce sparando addosso a sua moglie. Ma niente paura: "E' solo superficiale. Ma se non mi dai quello che voglio l'ultima cosa che vedrai prima che renda i tuoi figli orfani, sarà un proiettile tra i suoi occhi".
Holly Valance, che tutti noi ricordiamo con piacere nel ruolo di Nika in Prison Break ha qui un piccolo ruolo che non passa certo inosservato. Anche la moglie di Neeson, Famke Janssen, è degna di nota: l'avevamo scambiata tutti per la famosa attrice e cantante Laura Angel. Tutti gli altri attori sono decenti, ma non è la loro recitazione che conta. A tutto ci pensa lui e soltanto lui. Il Super Liam Neeson.

venerdì 13 febbraio 2009

Recensione: Cloverfield (2008)

Al solito, Cannibal Holocaust è il punto di partenza per la realizzazione di film horror/disastrosi intenzionati a guadagnarsi il titolo di capolavori tra i teen-ager e i non addetti ai lavori. In realtà di novità in questo Cloverfield c'è veramente poco. Anzi, probabilmente niente.
A un orrendo e gigantesco mostro che butta giù palazzi e scoreggia grossi e cattivissimi ragni viene in mente di distruggere New York. L'esercito interviene con bombe H, razzi, bazooka, ma non c'è niente da fare. L'animalazzo non viene scalfito dalle armi umane, anzi, schiaccia col suo piedone anche i carri armati alla stessa maniera di Godzilla. Il tutto viene filmato da uno dei ragazzi presenti a un party attraverso una videocamera digitale. E il film non è altro che il girato in prima persona di tutto quello che succede in quel triste giorno per l'umanità, e un mese prima, con le vicende personali del protagonista. Niente di innovativo, insomma.
La continua pubblicità occultà di Nokia, Lacoste, e Nike caratterizza il film per quello che in effetti è: un prodotto commerciale da consumare e gettare via subito dopo.
Morte, distruzione, effetti speciali di prim'ordine riescono però a tenere viva l'attenzione nei soli 70 minuti di film, che ha come grandissimo pregio l'esigua durata, e una ciurma di attori piuttosto bravi.
Il Barbareschi della comitiva è in realtà uno scemo che si fa sbranare dall'animalazzo di turno, morendo allo stesso modo del suo "antenato" holocaustiano. Tante, troppe le analogie con la suprema opera di Deodato, Godzilla, Predator, e King Kong, riconosciute dagli stessi autori a tal punto da inserire espliciti riferimenti durante il film. La prossima volta si degnino almeno di inserire un po' più di sangue. A parte qualche rara scena, gli amanti dello splatter sono rimasti piuttosto insoddisfatti.

domenica 8 febbraio 2009

Recensione: Slumdog Millionaire (2008)

Ieri sera ho deciso di ritornare al cinema dopo tanti mesi di assenza dalle sale. E, invogliato dalle critiche positive sentite, ho optato per Slumdog Millionaire, film di Danny Boyle ambientato in un'India spietata e incasinata. E purtroppo, sono rimasto abbastanza deluso.
Il film narra la storia di un ragazzotto stupido (ma sincero) che riesce a rispondere correttamente alle domande del popolare quiz che trasforma la gente in milionari, e si intasca così una somma da capogiro. Ogni domanda del quiz è l'occasione per ripercorrere parti della sua triste e penosa vita, la cui unica luce è chiamata Latika, sua innamorata e promessa sposa dai tempi dell'asilo nido. Il film scorre bene, è piacevole da vedere, e mostra senza pudore alcuni aspetti underground dell'India che in realtà appartengono a quasi tutti i paesi del mondo, Italia compresa. La storia richiama palesemente City of God e suoi derivati diretti, e a mio avviso scarseggia di fantasia, andando a scopiazzare qua e là senza alcun minimo ritegno. Non a caso, la colonna sonora del format "Chi vuol essere milionario" la fa da padrone, assieme ad alcune (orecchiabili) musiche indo-dance.
Il film vorrebbe inoltre essere una storia d'amore. In realtà, sempre a mio modesto parere, la storia d'amore è in secondo piano rispetto alle vicende personali del protagonista Jamel. E l'epilogo è semplicemente scontato, banale, e poco coraggioso.
Il film ha tutta l'aria di un prodotto creato per essere diffuso a livello internazionale, ma purtroppo è un concentrato di "già visto", di luoghi comuni, e di fretta nel mettere insieme i pezzi. Dall'inizio alla fine i numerosi colpi di scena sono prevedibili da chiunque, e non mancano elementi caricaturali su cui probabilmente un audience indiana si mette a ridere. Scontata e boccaccesca anche la scena di andreucciana memoria, già vista e rivista in ambito cinematografico e letterario, in cui il giovane Jamel che cade in una pozza di guano. A giudicare dalle risate in sala e dai commenti della gente, è davvero innegabile che la merda riscuote sempre un grande successo.

sabato 13 dicembre 2008

Recensione: Nuovomondo (2006)

Raramente mi capita di dare un 9 a un film su IMDB. Ma questo è una di quelle volte in cui lo do volentieri, a cuor leggero. Nuovomondo è un piccolo capolavoro del cinema italiano, come non se ne vedevano da anni. E' un film che ho da subito definito "caravaggesco", narrato splendidamente, con una fotografia da paura, attori bravissimi, un regista ottimo e una storia semplice ma ricca di emozioni.
I personaggi siciliani protagonisti della storia possono rispecchiare a mio avviso l'intera nazione, con le loro credenze, i sogni, l'ingenuità, la simpatia, l'arroganza, e la genuinità di un popolo che ha le sue fondamenta nella pastorizia. Il tutto ritratto con quella perfezione e quella lucidità che da tempo cercavo in un film.
Azzardata ma azzeccata in pieno a mio avviso tutta la parte onirica che a intervalli regolari interviene sapientemente, richiamando nel sottoscritto scene di felliniana memoria.
Una scena sola non mi è piaciutà granchè, e precisamente quella dell'interno della nave durante la tempesta. Purtroppo, a mio modesto parere, è venuta decisamente male e rende male l'idea. Forse, con qualche soldo in più, si sarebbe potuto fare di meglio.
Sono stato molto stupito di vedere che la media dei voti di IMDB è solo 6.9/10. Meritava a mio avviso molto di più. Il motivo, però, forse sta nel fatto che difficilmente uno spettatore non italiano può comprendere pienamente la natura dei personaggi. Proprio questo particolare è evidente nel film stesso, quando la bravissima Aurora Quattrocchi viene sottoposta ai test dalle autorità statunitensi (di più, purtroppo, non posso rivelare).
Considero pertanto questo film come un lungometraggio purtroppo pienamente apprezzabile solo da chi ha vissuto in Italia e ha avuto a che fare con un certo popolo italiano, quello con la p minuscola. Lo dico e lo ripeto: un vero capolavoro.

giovedì 16 ottobre 2008

Recensione: Jumper (2008)

Ieri sera per cercare di dimenticare i componenti lineari dei circuiti ho deciso di rilassarmi guardandomi Jumper, film di cui avevo sentito parlare alcuni mesi fa. Dando un'occhiata al cast, ho subito capito di che pasta sarebbe stata fatta il film, grazie alla presenza di Samuel L. Jackson, che in 36 anni di carriera e 117 film all'attivo ha partecipato solo a 2 lungometraggi decenti. Pertanto, per la teoria delle probabilità, avevo escluso a priori che questo fosse il 3° bel film della carriera di Samuel.
E difatti, già al 4° minuto di proiezione, dopo aver già visto 2 pubblicità occulte di Carhart e Nokia e aver sentito il protagonista che dice "Una volta ero un ragazzo normale, un imbranato, come voi", ho compreso l'opinione che gli sceneggiatori avevano di me e del pubblico quando hanno scritto questo film sui rotoli di carta igienica.
Il film narra la storia di un deficiente con seri problemi corpontamentali che scopre di potersi teletrasportare ovunque desideri, con la preferenza particolare per i caveau delle banche. A fermare il teppista ci penserà Jackson, capo dei bigottissimi Paladini, che hanno come unica ragione di vita quella di eliminare i jumper dalla faccia della terra.
Le scene pecorecce girate a Roma sono alla pari di quelle che J.J. Abrams ha girato nella capitale per Mission Impossible 3, con tanto di carabinieri con pistola spianata, Taxi con l'insegna RadioBruno, e così via.
Il film è stato pubblicizzato come il nuovo Matrix. Non commento neanche questa affermazione patetica. Spesso sembra pure di vedere The Bourne Identity, segno che Doug Liman da quel film è rimasto così schockato da riproporlo in eterno con titoli diversi.
Dialoghi melensi e inutili, tanta azione, attori giovani e pietosi. e ogni tanto qualche scena violenta e altrettanto inutile. Che altro poter dire? Sconsigliato.

mercoledì 27 agosto 2008

Recensione: In questo mondo libero (It's a free world, 2006)


Ci risiamo. Ancora un capolavoro. Non bastava aver fatto opere maestose. Bisognava ripetersi. Questa volta Ken Loach va a esplorare un terreno quanto mai minato, perchè riguarda Boz da vicino.

E' il terreno del lavoro temporaneo. Un ambiente fatto da pseudoprofessionisti con alle spalle miseria e tristezza che diventano burattinai di uomini e donne (perlopiù stranieri irregolari) pronti a esser sottopagati pur di avere un po' di pane sotto ai denti.
Questo tipo di lavoro altamente redditizio, e allo stesso tempo moralmente squallido, porterà la protagonista del film, una delle streghette britanniche che io e Mario avevamo già classificato, a una serie di problemi con cui dovrà misurarsi, scegliendo, alla fine, una strada apparentemente facile.
Guardando questo film sembra che Loach sia davvero stato in una delle agenzie per cui ho lavorato. E' incredibile come sia riuscito a capire la realtà che sta dietro non solo agli sfruttati, ma anche agli sfruttatori, che nella maggioranza dei casi sono ex persone umili, con diversi problemi in famiglia, che non si fanno scrupoli pur di poter emergere nella scala sociale a scapito dei loro simili. E' proprio questa attenta analisi che fa di questo film una piccola perla da vedere assolutamente. Soprattutto, se almeno una volta nella vita, siete stati (sotto)pagati 5 Euro l'ora.

martedì 12 agosto 2008

Recensione: American Yakuza (1993)

L'altro giorno stavo vagando per supermercati alla ricerca di un film, quando ad un tratto, l'occhio mi è balzato sul cofanetto di American Yakuza - Special Edition in 2 dvd. Stupito dal vedere il faccione di Viggo sulla copertina, mi sono chiesto come mai questo film (che già sapevo essere imperdibile) mi era sfuggito. E ho trovato subito la risposta: questo film ha la belleza adi 15 anni sulle spalle, e nel '93 ero ancora poco interessato alle sale cinematografiche.
Deciso a recensirlo il prima possibile, sono corso a casa di gran fretta, e subito è partito lo spettacolo.
Uno straordinario Viggo, non ancora ostaggio di Cronenberg, recita nel ruolo del poliziotto infiltrato nella Yakuza. Con il suo charme,il capello lunghino e la basetta triangolare, riesce a guadagnarsi la stima e l'affetto della famiglia, che si fida ciecamente di lui, non sapendo che in realtà è tatuato FBI proprio sul cuore. Al momento di scegliere da che parte stare, però, il nostro eroe dovrà vedersela con la sua coscienza, e scatenerà la sua rabbia sui suoi nemici più acerrimi, i componenti del clan mafioso dei Campanela, che nel film però misteriosamente vengono chiamati Campanella con 2 elle.
La regia del famosissimo e sempre in gamba Frank Cappello è vivace e lucida, molto meglio di quei registi da 3 lire che vanno di moda oggi come J.J. Abrams, dinanzi ai cui film sono sempre costretto ad assumere un antiemetico, onde evitare di rigettare la cena durante gli inseguimenti girati con una telecamera lanciata ai 200 km orari su uno smorzatore di vibrazioni immerso in un terreno terremotato (con 10 di magnitudo su scala Richter, ovviamente) .
Non spendo ulteriori parole su Viggo, sempre in formissima, con la faccia esente da rughe e lo sguardo di chi sa come schivare i proiettili saltando tra file di bancali, e buttandosi a terra con salti leprotteschi senza farsi neppure un graffietto.
Nei titoli di coda, ho pure intravisto il nome del grande Al Goto, che già ben conoscevamo da altri 2 capolavori come Black Rain e Duro da Uccidere.
Insomma, un filmone da non perdere per gli appassionati del genere. Dimenticavo: non guardate troppo la recitazione: diversamente potrebbero servire ugualmente gli antiemetici.

domenica 3 agosto 2008

Recensione: Il vento che accarezza l'erba (The wind that shakes the barley, 2006)

The wind that shakes the barley è sicuramente il miglior film che ho avuto modo di vedere negli ultimi 6 mesi: Palma d'oro a Cannes nel 2006, vincitore di numerosi premi, e piccola grande perla in questo cinema manierista e senza inventiva.
Devo ammettere che mi era sfuggito. E ciò è abbastanza grave.
Lascio a voi la trama. Ma non vi lascio il commento sulla grande poesia che Loach riesce a trasmettere fin da subito. La storia è narrata magistralmente, senza fretta, e senza lasciare nulla al caso. Sotto il fuoco della cinepresa tanta carne e tanta umanità che si viene a scontrare nell'orrore di due singole guerre civili.
E la mente ritorna indietro nel tempo, perchè il realismo c'è, e almeno nel mio caso, la memoria storica anche.
Gli attori, tutti irlandesi, svolgono con sapienza e umiltà l'arduo compito di vestire i panni di tutti coloro che prima di loro hanno combattuto per la propria terra, e sono stati costretti a legittimare l'odio e la violenza in nome di una libertà che per ognuno aveva un aspetto diverso. Un film triste, tristissimo, violento più psicologicamente che visivamente, ma estremamente serio e profondo.
Loach non giudica, non prende le parti di nessuno, ma mostra come la guerra sia in grado di sconvolgere ogni rapporto umano. E lo fa con una freddezza tale da far scendere la lacrima sul finale. E lo scroscio di applausi.

martedì 29 luglio 2008

Recensione: Cannibal Holocaust (1980)


Per movimentare un po' la serata ho scelto di dare un occhio a Cannibal Holocaust, film che fece e continua a fare molto scalpore, a causa delle sue scene violente e toccanti.

E devo dire che anche a distanza di quasi 30 anni, il film è estremamente attuale e mi ha fatto riflettere parecchio.
La storia è ormai nota. Un professore della Columbia University parte per la foresta Amazzonica al fine di recuperare il video girato da quattro suoi studenti avventurieri e matti come cavalli. Il professore viene a contatto con popolazioni cannibali, e riesce nell'intento di ottenere dai selvaggi il prezioso nastro. Tornato in patria, guarderà il filmato, e rimarrà a bocca aperta.
Non si tratta di un horror, no. Si tratta di una palese critica alla società, mascherata (piuttosto malamente, visto che le intenzioni sono chiarissime) da film finto-snuff, con uccisioni in diretta di animali veri (un topazzo, una grossa tartaruga, un maialino e scimmie prese a colpi secchi di macete in testa), e scene di cannibalismo e torture dal gusto tipicamente deodatiano. Secondo Deodato, e anche secondo me, siamo noi alla fine i veri cannibali, siamo noi quelli che chiediamo i soldi indietro a Gardaland se un'attrazione è chiusa a causa di un incidente mortale. Siamo noi quelli che fanno di tutto per i soldi e il successo, calpestando tutti coloro che ci stanno attorno, e mettendo da parte ogni parvenza di umanità.
Ottime le musiche di Riz Ortolani, che al solito è riuscito a creare una bella colonna sonora per un film che difficilmente si scorda.
Una nota particolare va rivolta a Luca Barbareschi che, non ancora militante di AN, e non avendo condotto ancora quel quiz bastardo di nome Greed, si esibisce nella parte di un giovane cameramen avvezzo a uccidere a colpi di ascia o di fucile una piccola serie di animali indifesi. E' proprio il caso di dirlo: come squarta la tartaruga Barbareschi, non la squarta nessuno!

giovedì 17 luglio 2008

Recensione: Tropa de Elite (2007)

Ebbene sì, ancora una volta sono costretto ad andare controcorrente. In tanti, forse in troppi mi avevano parlato bene di Tropa de Elite, film che è uscito il mese scorso al cinema, dello stesso autore di City of God,.
Tutti coloro a cui è piaciuto non hanno però visto City of God, che è un film di tutt'altra pasta. Tropa de Elite è un film ugualmente violento, girato nello stesso stile del precedente, con una fotografia che sovrassatura i colori e una telecamera al centro dell'azione.
Il protagonista è il sosia brasiliano di Nacho Vidal: un fascista psicopatico impasticcato e pluristressato che deve trovare un sostituto alla sua squadra d'eccellenza di poliziottoni duri e puri. E al solito, con lui s'intreccerà tutta una vicenda di sangue, morte, e violenza gratuita, che piacerà molto ai tarantiniani.

Citta di Dio era un film poetico, che si costruiva minuto dopo minuto, narrato bene e con una violenza pienamente funzionale alla scena. Questo sembra una brutta copia vista con gli occhi di Nacho Vidal in veste da poliziotto. Mancava solo Siffredi, e forse veniva fuori qualcosa di meglio. Tanti, troppi i tratti comuni: il narratore fuori scena che è protagonista sulla scena, lo stile del regista (scopiazzato, visto che il director è diverso), le battute. Hanno copiato tutto dalla A alla Z. Anche la figura di Zepequeno.


E' un film già visto, scopiazzato qua e là da S.W.A.T, e che non ha niente a che spartire con City of God, perla di originalità e freschezza che ha risollevato il cinema sudamericano.
Questo film non ha storia, non dice niente, finisce alla carlona. E nei titoli di coda musica allegra e fuori luogo, cosa che come ben sapete detesto.
Non sono molto contento di quanto ho visto, soprattutto per come è stato gestito il lancio del film. Piacerà agli amanti dei blockbuster che non hanno visto il film paragonato a questo (che non cito per rispetto), e a tutti coloro senza memoria, che vedono un film e il giorno dopo non si ricordano più nulla di esso, e pensano che questa sia roba originale.
Non essendoci la produzione di Arnon Milchan, si becca 5 1/2. E ringrazi ;-).