giovedì 17 luglio 2008

Recensione: Tropa de Elite (2007)

Ebbene sì, ancora una volta sono costretto ad andare controcorrente. In tanti, forse in troppi mi avevano parlato bene di Tropa de Elite, film che è uscito il mese scorso al cinema, dello stesso autore di City of God,.
Tutti coloro a cui è piaciuto non hanno però visto City of God, che è un film di tutt'altra pasta. Tropa de Elite è un film ugualmente violento, girato nello stesso stile del precedente, con una fotografia che sovrassatura i colori e una telecamera al centro dell'azione.
Il protagonista è il sosia brasiliano di Nacho Vidal: un fascista psicopatico impasticcato e pluristressato che deve trovare un sostituto alla sua squadra d'eccellenza di poliziottoni duri e puri. E al solito, con lui s'intreccerà tutta una vicenda di sangue, morte, e violenza gratuita, che piacerà molto ai tarantiniani.

Citta di Dio era un film poetico, che si costruiva minuto dopo minuto, narrato bene e con una violenza pienamente funzionale alla scena. Questo sembra una brutta copia vista con gli occhi di Nacho Vidal in veste da poliziotto. Mancava solo Siffredi, e forse veniva fuori qualcosa di meglio. Tanti, troppi i tratti comuni: il narratore fuori scena che è protagonista sulla scena, lo stile del regista (scopiazzato, visto che il director è diverso), le battute. Hanno copiato tutto dalla A alla Z. Anche la figura di Zepequeno.


E' un film già visto, scopiazzato qua e là da S.W.A.T, e che non ha niente a che spartire con City of God, perla di originalità e freschezza che ha risollevato il cinema sudamericano.
Questo film non ha storia, non dice niente, finisce alla carlona. E nei titoli di coda musica allegra e fuori luogo, cosa che come ben sapete detesto.
Non sono molto contento di quanto ho visto, soprattutto per come è stato gestito il lancio del film. Piacerà agli amanti dei blockbuster che non hanno visto il film paragonato a questo (che non cito per rispetto), e a tutti coloro senza memoria, che vedono un film e il giorno dopo non si ricordano più nulla di esso, e pensano che questa sia roba originale.
Non essendoci la produzione di Arnon Milchan, si becca 5 1/2. E ringrazi ;-).

domenica 6 luglio 2008

Recensione: La notte non aspetta (Street Kings, 2008)

Ieri sera sono tornato dopo un mesetto al cinema. E sono andato a colpo sicuro puntando sul nuovo blockbuster della Fox che vede protagonisti il grande Keanu, ancora reduce da Matrix, e Forest Whitaker, che pur ricoprendo un ruolo serio riesce sempre a sparare per contratto le sue solite battutacce a sfondo razzista. Street Kings, alias La notte non aspetta è un film che abbiamo tutti già visto e rivisto in passato. Si chiamava Copland, poi si è chiamato Training Day, poi si è chiamato The Departed. E in mezzo potete metterci buona parte della filmografia di Steven Seagal.

La storia riguarda poliziotti corrotti tra cui svetta Keanu, perennemente alcolizzato di wodka, e malgrado ciò perfetto cecchino in ogni occasione. Sono 10 anni che ha girato Matrix, e ancora ha la stessa faccia da ebete di Neo, parla di mondo reale, e ha sempre bisogno di aprire gli occhi. Questa volta però ad aiutarlo non ci sarà Morpheus, ma Doctor House in persona. Memorabili le frasi con cui Keanu si presenta al grande pubblico. Parlando con un coreano, e scambiandolo per sbaglio per un giapponese, per scusarsi gli dice "hai gli occhi come 2 apostrofi, vesti come un bianco, parli come un nero, e guidi come un ebreo!". Già da qui capiamo chi vota.
Il linguaggio cresce sempre di più per raffinatezza e splendore, spaziando dalle battute su chi muore seduto sul cesso fino all'oramai celebre paragone tra gli sbirri e le erbacce.
Condito dall'umorismo di Whitaker, che sguazza a suo agio nel suo ruolo semiserio di potente, il film riesce a passare abbastanza in fretta, facendo divertire la sala non tanto per i temi trattati, ma per lo sfottò generale che si è venuto a creare tra i tanti appassionati di film d'azione schierati in prima linea.
Più che un film a tratti sembra un videogioco. Una Los Angeles corrotta su cui la notte cala vuole essere uno sfondo per ambientare una storiaccia, ma in realtà non è così. Il regista si limita solo a inquadrare grattacieli e il cielo al tramonto, ma ciò è troppo poco per dare l'impressione che una storia girata negli studios avvenga in mezzo a L.A. Gli effetti speciali sono stati bene usati per ricreare squartamenti e uccisioni particolarmente violente. Non male la scena in cui Reeves arpiona con un amo la bocca del suo collega, e dopo qualche ora gli pianta un'ascia in testa.
Sul finale, già visto almeno in Miami Vice e in Collateral, entrambi di Michael Mann, pensavo di dover dare un giudizio negativo al film. Invece no.
Nei titoli di coda ho visto difatti scorrere il nome di Arnon Milchan, noto produttore del film Trappola in alto mare, premio Oscar del 1992 per la colonna sonora, con interprete Steven Seagal. E data questa presenza storica, il film si becchi un bel 6. E ringrazi.

venerdì 20 giugno 2008

Recensione: Funny Games (1997)

Un lettore di questo blog, tale The Crux, mi ha segnalato questa perlina austriaca di più di 10 anni fa. Si tratta di Funny Games, di Michael Haneke, che ha deciso quest'anno di girare il remale di questo film negli States. Per la cronaca, uscirà il prossimo mese in Italia.
Il primo Funny Games, che andrò a recensire, è un film che mi ha in buona parte deliziato, anche se al solito, presenta qualche pecca, per fortuna di scarsissima entità.
La storia l'abbiamo vista già più volte in passato: in Arancia Meccanica (1971) di Stanley Kubrick, in La casa sperduta nel parco (1980) di Ruggero Deodato, e in almeno una decina di altri film: un gruppetto di pazzi psicopatici si introduce in una casa più o meno isolata per sconvolgere la vita di una benestante famiglia.
Sotto una serie di games poco "funny" e molto bastardi, i 2 matti Tom e Jerry daranno filo da torcere a Ulrich Mühe (r.i.p.) e a sua moglie (anche nella vita reale) Susanne Lothar. Ne esce un film crudele, visionario, oserei dire pirandelliano.
I 2 psicopatici sono in realtà la voce attiva del regista, si rivolgono al pubblico in più occasioni e svelano il pensiero di Haneke, che mette in scena un thriller davvero molto pesante sul piano psicologico. Aiutato da piani sequenza con telecamera immobile per una durata che sfiora anche il quarto d'ora, l'austriaco ha capito bene come stuzzicare il pubblico, e come farlo divertire grazie alla cattiveria esemplare di Tom & Jerry. Gli attori, Mühe in primis, sono davvero eccezionali. La loro impronta teatrale è palese, e ben si sposa con una sceneggiatura che prevede colpi di teatro e surrealismi più appartenti a un palcoscenico che a un set cinematografico.
Una delle pecche di questo film è forse quella di essere arrivato un po' tardi rispetto ai suoi predecessori. In tanti abbiamo visto già molti "funny games" negli anni passati, e a prima vista non abbiamo notato grosse differenze con quanto conoscevamo. In realtà non è proprio così. Questo film ha un tocco di originalità fortissimo e riesce a elevare le emozioni dello spettatore in modo intelligente e diabolico. Pertanto, lo consiglio a tutti. Anche ai nemici tarantiniani.

sabato 14 giugno 2008

Recensione: eXistenZ (1999)

Per una volta, una recensione seria. Nel 1999, anno in cui Matrix ha sconvolto la vita di tante persone, è uscito questo bellissimo film di David Cronenberg, destinato ad un pubblico maturo, ma non necessariamente adulto. Questo film si chiama ExistenZ, e da poco è entrato a far parte della mia collezione.
Vivendo nell'era della Wii e dell'Ipod, penso di capire ancora meglio un film che forse 10 anni fa mi avrebbe lasciato alquanto perplesso.
Veniamo a noi: In un futuro molto vicino, le forme di intrattenimento per l'uomo si sono evolute. Incrociando creature anfibie mutanti, e sezionandole in modo mirato, le aziende di videogiochi riescono a creare una sorta di cervello biologico che si collega alla spina dorsale di ogni persona per farla vivere dentro il videogioco stesso. Questa orrida protuberanza funziona grazie all'elettricità del corpo umano, e su di essa si possono scaricare i giochi wireless. E giocare in multiplayer (vi ricorda qualcosa?).
Quello che succede poi lo lascio a voi, non sono qui per svelarvi parti fondamentali del film.
ExistenZ appartiene a quel filone fantascientifico sviluppatosi attorno alla fine degli anni 90 di cui anche Gattaca fa parte. Il futuro è visto con una grande ansia, timore, ma sempre con grande lucidità. David Cronenberg in questo film ha saputo tenere alta la tensione, deliziando il pubblico con le sue famose scene di violenza, che saranno forse troppo ardite per gli stomaci di molti.
Memorabile la lunga sequenza al ristorante cinese, vero capolavoro Cronenbergiano. Scene crude e violente per un film che difficilmente non si ricorda negli anni a venire.
Un po' rimpiango questo Cronenberg, perchè quello di oggi è ormai schiavo di Viggo, come avevo già sottolineato qualche mese fa. In ExistenZ Jude Law fa la sua parte da stralunato e ci riesce molto bene, dando un tocco fumettistico indispensabile per la digestione dell'opera 9 anni fa.
L'impressione che ho avuto è stata di trovarmi dentro la bellissima Monkey Island, dove si sfidavano i pirati lanciando loro un guanto (il guanto di sfida, appunto), e dove il gioco, nei pomeriggi che trascorrevo al pc ai tempi delle scuole medie, a volte era più reale della vita stessa. Forse lo era anche per quel deficente della Virginia Tech.

sabato 7 giugno 2008

Recensione: 300 (2007)

hInutile dire che mi sono esaltato. Ho guardato 300 in un momento di sconforto, quando tutto stava per finire, e io pure, insieme al tutto. Gerard Butler, già visto più volte in ruoli minori, interpreta la parte di Leonida, pazzo furioso condottiero spartano, che alla testa di 300 uomini sfida l'arroganza di Serse, uomo-Dio sceso sulla terra per conquistare il mondo intero.
Leonida è un idolo. Barbuto, pizzetto a capra, codino alla Seagal intrecciato, petto depilato e fisico palestrato, è un vero duro tra i duri. Degno sovrano di una nazione di guerrieri gonfiati di anabolizzanti e col cervello di gallina, sacrificherà la vita sua e dei suoi per dimostrare al mondo il proprio valore, fronteggiando in battaglia mostri schifosi, giganti, creature degli abissi, e il putrido Efialte.
Sebbene in certi momenti si sentono battutine alla Seagal, e la poesia erodotea lascia spazio improvvisamente alla borazzia, credo che 300 sia un film ben fatto. Fumettistico finchè si vuole (e ci mancherebbe altro), epico, assurdo, sovrumano, potente. E, purtroppo, copiato spudoratamente da Braveheart, cosa che appare nota fin da subito, ma soprattutto nel finale. Tra i due film, però, c'è una differenza sostanziale: in 300 il sangue è interamente fatto al computer, in Braveheart con salutare succo di pomodoro.
I tempi cambiano, l'epicità rimane e si trasforma. 300 è sì un capolavoro, ma solo in relazione ai nostri tempi. Non sopravviverà a lungo nella memoria, ma lascia una lezione alla generazione nata negli anni 90, che lo considererà il proprio Braveheart. E andrà in giro fiera di sè, esclamando Auh, auh, auh !!!

lunedì 19 maggio 2008

Recensione Ristorante: Asahi, Bologna

Come tutti sanno sono un amante del buon cibo, della cucina raffinata, antica o moderna che sia.
Ho purtroppo avuto la cattiva idea di recarmi in un ristorante pseudo-giapponese in cui ero stato un paio di anni fa: Asahi, situato in via don Sturzo, alla Croce di Casalecchio.
Due anni fa mi ero trovato davvero benissimo in questo posto, ed ero rimasto estasiato dalla freschezza dei materiali, dalla completezza dei menu, e dalla bravura del cuoco che si esibiva nel taglio e lancio a 2 metri della frittata con una maestria davvero impareggiabile. Una coreografia davvero da sogno animava il locale, dove il nostro Sandokan, armato di coltelli appesi in cintura, cucinava all'istante cose meravigliose, in un tripudio di colori, fantasia, e colpi di genio, facendo sprigionare fumi colorati quando gettava pozioni magiche sulla piastra bollente. L'altra sera, però, non è andata così.
Entro nel locale, e senza neanche avere il tempo di dire che avevo prenotato per due, già mi fanno sedere in un tavolo defilato, allontanando di 10 cm il tavolo a fianco, su cui si va immediatamente a sedere un'altra coppia.
Già da qui capisco che per tutta la serata dovrò sorbirmi i discorsi dei due, data la vicinanza, e loro dovranno pure ascoltare i miei. Mando giù il tutto e mi guardo intorno. La luce all'interno del locale è bassa. Non soffusa, ma bassa.
L'apprendista stregone che tanto mi aveva impressionato 2 anni prima non c'è. Al suo posto, 3 cinesi con cappellino da baseball si avvicendano ai fornelli, tirando fuori in fretta e furia scarti di pesce surgelato che viene schiaffato sulla piastra bollente, producendo una fumana ferale.
Arriva subito il cameriere, abbastanza gentile ma dall'aria unta. Ordino una barca di sushi e sashimi, e tortelloni alla piastra. Guardo la parete, e nell'atmosfera bisunta vedo una zanzara tigre ferma sulla parete alla mia destra.
Ha l'addome gonfio, segno che anche lei è stata ospite del ristorante, o meglio, è stata ospite di coloro che qui hanno banchettato. Le luci si fanno ancora più scure, e non capisco ancora il perchè. Nei miei ricordi il posto era luminoso e allegro.
Poi, sfortunatamente, capisco le motivazioni di tanta oscurità nella sala. E lo capisco a mie spese. Il cameriere mi porta la barca di sushi. Guardo dentro, e vedo il colore del pesce. Un colore malsano, sbiadito. Il salmone è rosino smorto e sa di marcio, altri pesci non ben identificati sono rosa trasparente, e trasudano un liquido davvero rivoltante. Quando afferro il gamberetto, dalla testa esce del liquido nerastro che va a sporcarmi il piatto. Il wasabi è più scuro e meno intenso di come dovrebbe essere. Orrore: il sushi non è fresco!
Non mi rassegno, dato che ho pagato 1 euro a pezzo di sushi, e comincio a mangiare. E subito mi prende la nausea.
Più sono nauseato, più mangio, per cercare di trovare qualcosa che mi faccia cambiare idea, ma niente da fare. Nel frattempo arrivano i tortelloni. 4 di numero, a 3,50 €. Considerando che al ristorante cinese ne mangio 8 allo stesso prezzo, comincio anche a sentirmi preso in giro. La nausea mi sopraffa, e per cercare di metterci una pezza sopra mi guardo intorno. Tante persone sembrano contente dello schifo nei loro piatti, o forse cercano di sembrare intenditori delle porcherie che hanno ordinato. Conversano amabilmente, succhiando la testa del gambero crudo con avidità. Lasciamo dentro la barca 2 pezzi di pesce dall'aria più malsana, e attendo l'arrivo del cameriere per sparecchiare il tavolo. Questo, arriva e fa: "Tu non mangi quello?". Se fossi stato un po' più carico, l'avrei costretto a mangiarlo davanti a me, a succhiare con avidità la gelatina di batteri che usciva da quella crudità, pescata sicuramente settimane fa, e venduta a 1 € al pezzo a noi stupidi idioti.
Mi alzo, imbestialito e con lo stomaco sottosopra e vado alla cassa. Il conto è di 27 € a testa per aver mangiato robaccia sulla via della decomposizione.
Non viene emessa alcuna fattura fiscale, e pertanto me ne vado ancora più incazzato. Porgo i miei più distinti saluti ad Asahi e al suo staff, che ha capito come fare i soldi in Italia, evadendo le tasse e dando da mangiare porcherie ai propri clienti. Sicuro che non mi rivedranno mai più nel loro locale, li saluto cordialmente. Burp!

giovedì 8 maggio 2008

Recensione: Racconti da Stoccolma (When Darkness falls, 2006)

Solita dimostrazione di come noi italiani siamo bravi a tradurre (e sminuire) i titoli originali. "Quando cala l'oscurità", così lo chiameremo, è un film che parla di violenza in modo a mio avviso intelligente. Parte bene, continua meglio, e finisce in un modo non all'altezza. Ma andiamo con ordine, elencando le storie di cui questo film è composto: Leyla, ragazza pakosvedish, è considerata la vergogna della famiglia a causa dei ragazzi che frequenta. Aram, mascellone che ama fare lo splendido col Q7, gestisce un locale fighetto che viene preso di mira da una banda di criminali pagliacci. Carina, telegiornalista di successo, subisce le violenze del marito, pazzo psicolabile che gode pure della stima di tutti i colleghi della moglie. Queste storie si sviluppano parallelamente per quasi tutto il film senza scadere nel muccinismo, nell'haggismo, e nel più terraterra perbenismo. Il montaggio è realizzato davvero bene, e gli attori sono piuttosto bravi, a parte X che ho trovato davvero penoso. Dopo Evil - Il Ribelle, la Svezia ci propone un film intriso di violenza fisica e psicologica, con una colonna sonora fredda e martellante che contribuisce a tenere sveglia la gente in sala per 2 ore e 10 minuti. E non è cosa da poco.
Purtroppo però, dopo un buon 95% di film che faceva gridare al miracolo, scade tutto nel finale. I protagonisti delle 3 storie si ritrovano per caso all'aeroporto, partono, e i loro 3 aerei si incrociano, facendo venire in mente quella grossissima buffonata di Crash, esempio tipico di haggismo. Per di più, la colonna sonora dei titoli di coda è allegra, divertente, totalmente diversa da quella sentita durante il film. Il che, purtroppo, stona tantissimo, perchè fa sminuire quanto di serio si è visto poco prima, e lo riduce a una buffonata.
Tirando le conclusioni, che dire? Sicuramente i buoni propositi ci sono, la mano del regista pure, la storia anche, peccato per l'hollywoodismo più becero alla fine. Voto: 7.