venerdì 13 febbraio 2009

Recensione: Cloverfield (2008)

Al solito, Cannibal Holocaust è il punto di partenza per la realizzazione di film horror/disastrosi intenzionati a guadagnarsi il titolo di capolavori tra i teen-ager e i non addetti ai lavori. In realtà di novità in questo Cloverfield c'è veramente poco. Anzi, probabilmente niente.
A un orrendo e gigantesco mostro che butta giù palazzi e scoreggia grossi e cattivissimi ragni viene in mente di distruggere New York. L'esercito interviene con bombe H, razzi, bazooka, ma non c'è niente da fare. L'animalazzo non viene scalfito dalle armi umane, anzi, schiaccia col suo piedone anche i carri armati alla stessa maniera di Godzilla. Il tutto viene filmato da uno dei ragazzi presenti a un party attraverso una videocamera digitale. E il film non è altro che il girato in prima persona di tutto quello che succede in quel triste giorno per l'umanità, e un mese prima, con le vicende personali del protagonista. Niente di innovativo, insomma.
La continua pubblicità occultà di Nokia, Lacoste, e Nike caratterizza il film per quello che in effetti è: un prodotto commerciale da consumare e gettare via subito dopo.
Morte, distruzione, effetti speciali di prim'ordine riescono però a tenere viva l'attenzione nei soli 70 minuti di film, che ha come grandissimo pregio l'esigua durata, e una ciurma di attori piuttosto bravi.
Il Barbareschi della comitiva è in realtà uno scemo che si fa sbranare dall'animalazzo di turno, morendo allo stesso modo del suo "antenato" holocaustiano. Tante, troppe le analogie con la suprema opera di Deodato, Godzilla, Predator, e King Kong, riconosciute dagli stessi autori a tal punto da inserire espliciti riferimenti durante il film. La prossima volta si degnino almeno di inserire un po' più di sangue. A parte qualche rara scena, gli amanti dello splatter sono rimasti piuttosto insoddisfatti.

domenica 8 febbraio 2009

Recensione: Slumdog Millionaire (2008)

Ieri sera ho deciso di ritornare al cinema dopo tanti mesi di assenza dalle sale. E, invogliato dalle critiche positive sentite, ho optato per Slumdog Millionaire, film di Danny Boyle ambientato in un'India spietata e incasinata. E purtroppo, sono rimasto abbastanza deluso.
Il film narra la storia di un ragazzotto stupido (ma sincero) che riesce a rispondere correttamente alle domande del popolare quiz che trasforma la gente in milionari, e si intasca così una somma da capogiro. Ogni domanda del quiz è l'occasione per ripercorrere parti della sua triste e penosa vita, la cui unica luce è chiamata Latika, sua innamorata e promessa sposa dai tempi dell'asilo nido. Il film scorre bene, è piacevole da vedere, e mostra senza pudore alcuni aspetti underground dell'India che in realtà appartengono a quasi tutti i paesi del mondo, Italia compresa. La storia richiama palesemente City of God e suoi derivati diretti, e a mio avviso scarseggia di fantasia, andando a scopiazzare qua e là senza alcun minimo ritegno. Non a caso, la colonna sonora del format "Chi vuol essere milionario" la fa da padrone, assieme ad alcune (orecchiabili) musiche indo-dance.
Il film vorrebbe inoltre essere una storia d'amore. In realtà, sempre a mio modesto parere, la storia d'amore è in secondo piano rispetto alle vicende personali del protagonista Jamel. E l'epilogo è semplicemente scontato, banale, e poco coraggioso.
Il film ha tutta l'aria di un prodotto creato per essere diffuso a livello internazionale, ma purtroppo è un concentrato di "già visto", di luoghi comuni, e di fretta nel mettere insieme i pezzi. Dall'inizio alla fine i numerosi colpi di scena sono prevedibili da chiunque, e non mancano elementi caricaturali su cui probabilmente un audience indiana si mette a ridere. Scontata e boccaccesca anche la scena di andreucciana memoria, già vista e rivista in ambito cinematografico e letterario, in cui il giovane Jamel che cade in una pozza di guano. A giudicare dalle risate in sala e dai commenti della gente, è davvero innegabile che la merda riscuote sempre un grande successo.

giovedì 5 febbraio 2009

Recensione: The Fountain - L'albero della vita (2006)

L'anno nuovo è cominciato con una serie di grandi fortune e sfortune. Hanno prevalso le seconde sulla mia salute, e pertanto sono stato costretto a un periodo di pausa forzata. Forse ne avevo proprio bisogno. Ricominciamo quindi con un capolavoro di film, sempre a mio modesto parere; il titolo, The Fountain, sarà sicuramente sfuggito ai più, quando è uscito nel marzo 2007 in Italia.
Ed è un peccato. Il sesto film del 40enne Darren Aronofsky è senza ombra di dubbio una delle sue migliori opere. Sul genere ho anche io qualchè difficoltà. Direi che prevale il lato drammatico, ma è anche un film fantasy e sentimentale, con punte oniriche e di grande impatto visivo.
La trama è irraccontabile, anche perchè, di fatto, non c'è. L'unico tema presente nel film è l'amore. Stop.
Il film è una grande storia d'amore narrata in modo originale e profondo, grazie a un montaggio magistrale e coraggioso, e un uso degli effetti speciali davvero massiccio, ma mai invadente. E sullo sfondo, al solito, un'ottima colonna sonora di Clint Mansell, compositore già apprezzato da anni nei film di Aronofsky, così apprezzato anche da Peter Jackson che ha usato il tema di Requiem for a Dream per Il signore degli anelli. Proprio sulla colonna sonora è necessario soffermarsi e levare un plauso. Insistente, coinvolgente, profonda, grazie anche all'uso di archi solisti, sempre amati e usati da Mansell.
Spettacolare e intelligente la parte fantasy, dapprima disarmante per lo spettatore, poi sempre più naturalmente abbracciata con la parte "reale" del film. Hugh Jackman è bravissimo, un po' meno a mio avviso Rachel Weisz, ma un plauso speciale spetta allo scimpanzè Donovan.
Un immenso film, da gustarsi Blu-ray su un plasma 52'' Full HD.

domenica 14 dicembre 2008

Recensione: Into the wild (2008)


Prima che si scateni un altro putiferio come per August Rush, dico subito che per questo film vado controcorrente con coscienza e cognizione di causa.
Tutto quello che scriverò è pensato, ideato, ragionato dal sottoscritto, e probabilmente tutti coloro che leggeranno questo post si troveranno in totale disaccordo con me. Amen.
Ho visto ieri pomeriggio questo film, durato circa 2 ore e 20 minuti, in camera mia. Non avevo preoccupazioni, ero rilassato, e fortemente ottimista su quanto stavo per vedere, dopo le lusinghiere recensioni che tanti critici importanti gli hanno riservato. Purtroppo, però, il mio ottimismo è presto scemato. Ma andiamo con ordine.
Il film narra la storia (vera) di un giovane americano benestante che abbandona la sua famiglia, la sua carriera universitaria e la sua vita "normale" per scoprire sè stesso attraverso un viaggio che lo porta a girare per gli Stati Uniti e a vedere posti splendidi e indimenticabili. Niente soldi, niente auto, niente di niente, a parte i vestiti. Di per sè, una cosa del genere l'ho sempre sognata di fare anche io, e questo forse ha contribuito all'ottimismo iniziale.
Un padre violento, un'infanzia tristemente infelice, una vita fatta piena di cose ma senza essenza: queste sono le cause che spingono il giovane Alexander Supertramp a partire. E questi sono spunti su cui è possibile fare un buon film, apprezzato infatti dai più.
In realtà non ho affatto gradito il montaggio che Sean Penn ha commissionato, fatto di continui flashback, a mio avviso inutili e irritanti. Anzichè seguire un andamento lineare nel tempo, il film inizia con scene che si ricollegano al finale, per poi tornare all'inizio, poi andare ancora di più verso la fine, per poi andare ancora prima dell'inizio, e così via. Il tutto per 2 ore abbondanti. La cosa è apparsa almeno al sottoscritto estremamente noiosa e, lo ripeto, anche irritante.
Secondo punto da evidenziare: il film a mio avviso parte troppo lento, per poi migliorare sensibilmente dopo la metà, e concludersi con un finale mediocre. La prima ora è assolutamente devastante, fatta di scenari sì stupendi, ma che non bastano a rendere bello un film per un pubblico esigente. Al massimo lo rendono bello a chi considerà Che ne sarà di noi un capolavoro perchè ha rivisto i paesaggi di Santorini dopo esserci stato in vacanza.
La seconda metà del film invece prende una piega molto diversa. Entrano in gioco emozioni più forti, il ritmo migliora, e il film riesce a vedersi più che bene.
I dialoghi sono purtroppo ripetitivi, la noia sale parecchio e spesso si sente la mancanza di un filo logico (grazie anche ai flashback che certo non aiutano a sentirsi a proprio agio).
Insomma, a mio modestissimo parere, un film su cui si poteva fare molto di più, inquadrando qualche paesaggio in meno, e puntando più su un montaggio migliore e una sceneggiatura più limata, accorciando inoltre la durata (2 ore e 20 sono troppe per un film a mezza via tra il poetico, il naturalistico, e il veggente).
Voto finale: 5/6.


sabato 13 dicembre 2008

Recensione: Nuovomondo (2006)

Raramente mi capita di dare un 9 a un film su IMDB. Ma questo è una di quelle volte in cui lo do volentieri, a cuor leggero. Nuovomondo è un piccolo capolavoro del cinema italiano, come non se ne vedevano da anni. E' un film che ho da subito definito "caravaggesco", narrato splendidamente, con una fotografia da paura, attori bravissimi, un regista ottimo e una storia semplice ma ricca di emozioni.
I personaggi siciliani protagonisti della storia possono rispecchiare a mio avviso l'intera nazione, con le loro credenze, i sogni, l'ingenuità, la simpatia, l'arroganza, e la genuinità di un popolo che ha le sue fondamenta nella pastorizia. Il tutto ritratto con quella perfezione e quella lucidità che da tempo cercavo in un film.
Azzardata ma azzeccata in pieno a mio avviso tutta la parte onirica che a intervalli regolari interviene sapientemente, richiamando nel sottoscritto scene di felliniana memoria.
Una scena sola non mi è piaciutà granchè, e precisamente quella dell'interno della nave durante la tempesta. Purtroppo, a mio modesto parere, è venuta decisamente male e rende male l'idea. Forse, con qualche soldo in più, si sarebbe potuto fare di meglio.
Sono stato molto stupito di vedere che la media dei voti di IMDB è solo 6.9/10. Meritava a mio avviso molto di più. Il motivo, però, forse sta nel fatto che difficilmente uno spettatore non italiano può comprendere pienamente la natura dei personaggi. Proprio questo particolare è evidente nel film stesso, quando la bravissima Aurora Quattrocchi viene sottoposta ai test dalle autorità statunitensi (di più, purtroppo, non posso rivelare).
Considero pertanto questo film come un lungometraggio purtroppo pienamente apprezzabile solo da chi ha vissuto in Italia e ha avuto a che fare con un certo popolo italiano, quello con la p minuscola. Lo dico e lo ripeto: un vero capolavoro.

sabato 8 novembre 2008

La vera sfida di Barack Obama

Non ho amato da subito il grande entusiasmo di Barack Obama così come non ho amato ile posizioni di John McCain. Eppure, oggi, mi sento sicuro su chi fosse realmente il candidato migliore per il sottoscritto.
Per capirlo, ho dovuto aspettare di arrivare agli ultimi giorni di campagna elettorale, di seguire con trepidante attesa l'evolversi delle vicende politiche che segneranno i prossimi 4 anni di vita del nostro pianeta terra.
E' errato a mio avviso valutare un candidato un anno e mezzo prima del voto, e mantenere la propria scelta in barba all'evolversi delle vicende, solo per iniziali simpatie. Così come è errato votare sempre e solo per il candidato presentato dal proprio schieramento politico, senza valutarlo per quanto ha fatto in passato e per come conduce il suo passpartout: la campagna elettorale.
Questo malcostume lo abbiamo da sempre sotto gli occhi in casa nostra, dato che sappiamo tutti che gli italiani sono un popolo prevalentemente fascista che ha votato Silvio Berlusconi in buona parte "per non dare i voti ai comunisti".
Davanti a questa primitiva forma amebica di democrazia e di intelligenza, non si può fare a meno di inginocchiarsi, togliersi il cappello, e cercare di tenere a freno la rabbia e lo sconforto.
Tra i due candidati alla Casa Bianca, sicuramente John McCain era il più populista. Attenzione, si tratta di populismo nel senso berlusconiano del termine!
Questo tipo di populismo si è rivelato in tutta la sua losca natura nelle ultime settimane di campagna elettorale, e ha compreso messaggi televisivi di disinformazione, screditamento dell'avversario, gaffe, e assoluta incapacità di condurre una campagna leale.
Quello stesso modus operandi che anche in Italia negli ultimi anni si è consumato più volte. In aggiunta a ciò, una candidata alla vicepresidenza che non sapeva neppure che l'Africa fosse un continente, che era a tal punto contro l'aborto da volerlo impedire anche alle vittime di stupro, e che era così ignorante da gettare ombra su quanto di buono ci fosse nelle intenzioni di John McCain.
C'è un video elettorale che gira in rete, in cui John McCain pronuncia un messaggio che più o meno dice così: "Ho servito il mio paese come soldato in Vietnam; per questo non c'è nessuno migliore di me per combattere il terrorismo".
Questa è la stessa equazione di Maxwell-Carfagna: ho fatto le marchette per anni, non c'è nessuno migliore di me per combattere la prostituzione". E non è altro che un penoso messaggio di stampo populista, come ce ne sono stati tanti in questi mesi.
Il "Yes, we can", di Barack Obama ha in sè qualcosa di più sobrio. Ha in sè il concetto di "Dream", che per un nero negli USA ha una sua legittimità forte e radicata. In questo caso non si tratta di populismo, si tratta di idealismo e utopia che per una volta nella storia qualche giorno fa si sono trasformate in realtà.
Ma c'è stata una cosa in più che a tanti è sfuggita qui in Italia, ma che in America è stata a mio avviso la carta vincente di Obama: la questione energetica.
Nonostante tutti mettano la crisi economica internazionale al primo posto delle preoccupazioni attuali, i cambiamenti climatici e il costo del greggio sono temi che sono diventati cari a moltissimi americani, in barba alla politica di George W. Bush che ha legato gli Stati Uniti e il mondo intero al petrolio sempre di più in questi anni, alla faccia di un agognato e razionale buon senso che avrebbe voluto l'opposto.
Non è un caso se le vendite della Toyota Prius negli USA hanno superato quelle dei SUV. Non è un caso se i recenti aumenti del costo del petrolio e la primavera a gennaio a New York hanno spaventato la gente in un modo imprevisto dalle logiche neocon.
C'è poco da fare. McCain è legato indissolubilmente all'oro nero, così come da sempre lo è il suo partito, e i suoi timidi tentativi di "cercare ancora gas naturale sul territorio" e di "investire nelle fonti per l'energia alternativa" non sono bastati agli americani.
Ieri Barack Obama ha annunciato di voler ridurre le emissioni di CO2 dell'80% entro il 2050, spingendosi più in là persino di quel protocollo di Kyoto del 1997 che gli USA non hanno mai ratificato.
Sono queste le scelte coraggiose che il neo Green Party americano vuole, e sono queste le scelte che incentivano l'industria a innovarsi, e il progresso ad accelerare i suoi passi verso un futuro in cui l'energia possa essere rinnovabile e non debba essere acquisita tramite guerre preventive.
La vera sfida di Barack Obama sarà pertanto quella di destreggiarsi tra le lobby che controllano da sempre la politica americana per mettere in atto quanto ha promesso ai suoi elettori. Sarà questo il vero "Change" di cui il mondo adesso ha estrema necessità, sarà questa la vera "mission :impossible" che fino a poche ore fa era ancora più utopica di un presidente nero alla Casa Bianca.
Ma come lo stesso Obama ha detto, "Nulla è impossibile in questo paese". E penso proprio, caro Barack, che hai davvero ragione. Buona fortuna.

giovedì 16 ottobre 2008

Recensione: Jumper (2008)

Ieri sera per cercare di dimenticare i componenti lineari dei circuiti ho deciso di rilassarmi guardandomi Jumper, film di cui avevo sentito parlare alcuni mesi fa. Dando un'occhiata al cast, ho subito capito di che pasta sarebbe stata fatta il film, grazie alla presenza di Samuel L. Jackson, che in 36 anni di carriera e 117 film all'attivo ha partecipato solo a 2 lungometraggi decenti. Pertanto, per la teoria delle probabilità, avevo escluso a priori che questo fosse il 3° bel film della carriera di Samuel.
E difatti, già al 4° minuto di proiezione, dopo aver già visto 2 pubblicità occulte di Carhart e Nokia e aver sentito il protagonista che dice "Una volta ero un ragazzo normale, un imbranato, come voi", ho compreso l'opinione che gli sceneggiatori avevano di me e del pubblico quando hanno scritto questo film sui rotoli di carta igienica.
Il film narra la storia di un deficiente con seri problemi corpontamentali che scopre di potersi teletrasportare ovunque desideri, con la preferenza particolare per i caveau delle banche. A fermare il teppista ci penserà Jackson, capo dei bigottissimi Paladini, che hanno come unica ragione di vita quella di eliminare i jumper dalla faccia della terra.
Le scene pecorecce girate a Roma sono alla pari di quelle che J.J. Abrams ha girato nella capitale per Mission Impossible 3, con tanto di carabinieri con pistola spianata, Taxi con l'insegna RadioBruno, e così via.
Il film è stato pubblicizzato come il nuovo Matrix. Non commento neanche questa affermazione patetica. Spesso sembra pure di vedere The Bourne Identity, segno che Doug Liman da quel film è rimasto così schockato da riproporlo in eterno con titoli diversi.
Dialoghi melensi e inutili, tanta azione, attori giovani e pietosi. e ogni tanto qualche scena violenta e altrettanto inutile. Che altro poter dire? Sconsigliato.