domenica 6 marzo 2011

Recensione film: La vita facile (Italia, 2011)

Sono appena tornato dalla visione di La vita facile, il nuovo film di Lucio Pellegrini con Stefano Accorsi, Pierfrancesco Favino, Vittoria Puccini, e Camilla Filippi. E sono rimasto abbastanza soddisfatto della visione.
Dico abbastanza, perché qualcosa da limare in effetti c'è, ma la commedia è davvero ben girata e ben recitata, pertanto le si può perdonare più di qualcosa.
Ambientato in Kenia, il film racconta la storia di due amici medici, entrambi, a loro modo, bastardi, e interpretati da un Favino a metà tra Alberto Sordi e Carlo Verdone, e da Accorsi, sempre più gigione, come tradizione vuole. Tra di essi una Vittoria Puccini nella media, non sempre credibile e spontanea come ci aspetteremmo.
Per una volta, e qui sta il grande pregio del film, la cornice africana resta solo una cornice. I dialoghi e gli sketch di cui i nostri sono protagonisti la fanno da padrone, e i bambini e le tribù africane restano sempre in secondo piano, senza che lo spettatore abbia l'impressione che il regista punti sullo strappalacrime, sugli stereotipi legati ai bambini di pelle nera, sui panorami mozzafiato, al fine di mascherare una trama piatta e balorda, cosa successa ad esempio in quel capolavoro del becero chiamato Che ne sarà di noi.
Qui, a parte una partita di calcio che si poteva evitare di girare, la regia è stata veramente attentissima a non cadere quasi mai nel banale e nel didascalico, che vanno di pari passo. A Favino tocca la parte dell'italiano medio, bastardo ma tremendamente simpatico e capace di trainare il grosso delle risate in sala in modo del tutto spontaneo. Nel complesso, sembra il migliore, seguito subito dopo da Accorsi che non se la cava male, ma è sempre legato a quelle espressioni miagolose che tanto hanno fatto la sua fortuna in passato. 
Cosa c'è allora che non va? Ci sono un paio di scene al rallentatore francamente brutte e incomprensibili. E' un rallenty scattoso che francamente non ci sta a dir nulla, dato che dura pochi secondi in 2 scene che potevano tranquillamente essere girate normalmente.
Il finale, poi, è maledettamente prevedibile. Anzi, direi proprio scontato. Peccato, perchè il 90% del film fila via davvero liscio tra gli sketch dei due nostri, e ci aspetteremmo un finale non così scontato, come quello propinato, che è, in realtà, uno pseudo-non-scontato. E', cioè, il modo classico di far finire un film cercando la soluzione "all'italiana", ma in realtà si poteva fare ben di più e cercare qualcosa di davvero nuovo e originale. 
Tuttavia, la sapiente regia di Pellegrini salva il lavoro che, per quel che mi riguarda, risulta ampiamente sopra la sufficienza. E' un 7/10. 

sabato 19 febbraio 2011

Recensione film: Il cigno nero - Black Swan - (USA, 2010)

Squadra vincente non si cambia. Aronofsky alla regia, Clint Mansell alle musiche, e la Protozoa Pictures, sempre di Darren, in prima linea a realizzare l'ennesimo capolavoro: Black Swan.
Ancora una volta il nostro regista mette in scena un turbinio di immagini disturbanti, emozioni, e trip mentali, come solo lui sa fare, per un film entrato a pieno titolo nella storia del cinema.
Ambientato in una New York cupa e grigiastra, Black Swan non è solo la storia della ballerina Nina, magistralmente interpretata da Natalie Portman, ma anche uno spaccato nel mondo della danza, con le sue invidie, il marcio, e la tanta fatica per arrivare. Un marpione Vincent Cassel e un'ambigua Mila Kunis condiscono l'opera del Maestro che, dopo la parentesi hollywoodiana di The Wrestler, ritorna alle origini con un film in salsa Requiem for a Dream & The Fountain, dai quali riprende parecchie tematiche. Ho letto di chi non ha apprezzato la cosa, a mio avviso in questo caso ci può stare, come se Darren voglia in qualche modo legare le sue opere a un filo conduttore comune.
Gli ultimi 15 minuti valgono l'intero film. Sono un capolavoro, un tornado di immagini splendide, emozioni, e ansia. Grande Aronofsky, anche stavolta hai colpito nel segno.

venerdì 4 febbraio 2011

Recensione Ristorante: Osteria Al 15 - Bologna

Qualche settimana fa ho deciso di provare con un gruppo di amici un'osteria che mi era stata più volte segnalata. Ed è andata piuttosto bene. Il locale è nel centro storico, in via Mirasole 13/15, molto vicino a Porta San Mamolo e a via D'Azeglio. Trovare il parcheggio il sabato sera non è cosa facile, ma basta fare un giretto su per via San Mamolo per poter trovare un posto anche relativamente vicino al locale. Nel mio caso, ho parcheggiato davanti a una farmacia su via San Mamolo, a non oltre 3-4 minuti a piedi di distanza. 
Il locale è molto carino, ben arredato, e l'atmosfera è molto familiare. Non è un ristorante di lusso, ma non è neppure una bettola: è un'osteria nel vero senso del termine, per giunta molto ben curata e gestita. Noi eravamo in 4 abbiamo preso primi piatti differenti, in modo da poterli assaggiare tutti, e come secondo crescentine e tigelle per tutti. Riporto i pareri di tutti, in modo da avere un parere oggettivo il più possibile. Come antipasto abbiamo preso la ricotta con l'aceto balsamico. Io sono rimasto alquanto indifferente, altri sono andati giù di testa. De gustibus, a questo punto.
Rischiando volutamente, uno di noi ha ordinato i tortellini alla panna, e il giudizio è piuttosto vario: a me non hanno detto granchè, perchè sono abituato a mangiarne spesso con un ripieno ricco di noce moscata, mentre questi mi sono sembrati privi di noce moscata e dunque insipidi. Agli altri tre sono piaciuti molto. Su una cosa siamo stati tutti d'accordo, e ciò riguarda tutti i primi piatti: i condimenti sono veramente buoni e abbondanti, e ampiamente sufficienti a condire tutta la pasta in gioco. Abbiamo anche provato gli spaghetti alla chitarra con guanciale e radicchio rosso, molto buoni e gustosi (parere di tutti e quattro). Anche le tagliatelle al ragù non ci hanno deluso, anzi, ci sono sembrate veramente ottime oltre che abbondanti. Per ultimo, abbiamo assaggiato i tortelloni ai carciofi, decisamente buoni. Se volete andarci in coppia, e seguire il mio personale parere, vi consiglio di ordinare le tagliatelle al ragù e gli spaghetti alla chitarra. Abbiamo quindi proseguito con tigelle, crescentine e affettati. Questi ultimi, a parere di tutti, erano veramente di ottima qualità, nulla da ridire. Prosciutto e mortadella ottimi, così come lo squacquerone, i sottaceti, e tutto il resto. Personalmente, mi sono piaciute sia le crescentine, poco unte, sia le tigelle, ma qui i pareri sono discordanti. Qualcuno ha trovato le crescentine troppo gommose, qualcun altro le tigelle troppo secche. Io, considerato il tipo di locale, ho trovato tutto piuttosto buono. Per ultimo, abbiamo terminato con i dolci: per me zuppa inglese, per gli altri panna cotta. Bene, siamo tutti rimasti più che soddisfatti sui dessert, buonissimi veramente, e preparati in casa. Abbondanti e straordinari direi, pensando a quando in certi ristoranti chiedi la panna cotta e ti servono quella di busta. Qui il discorso è, ovviamente, opposto. Nota positivissima quindi sui dessert.
Unica cosa che non ho per nulla gradito è stato il vino, servito alla spina, di qualità bassa. Non così bassa come quello bevuto in una fraschetta ad Ariccia, che mi ha fatto girare la testa per ore, ma bassa abbastanza da berne un sorso e lasciarlo lì. Agli altri miei commensali, invece, il vinaccio da osteria è piaciuto perchè "è il vino da osteria".
Spesa finale, comprensiva di caffè: circa 25 euro a persona. Rapporto qualità/prezzo a mio avviso valido nel suo complesso. In conclusione: 2 primi piatti su 4 molto buoni, affettati, squacquerone e dessert ottimi, ma sul resto ci sono discordanze. Siamo noi, forse, ad essere troppo esigenti? Provatelo e sappiatemi dire.

mercoledì 2 febbraio 2011

The Arcore's nights

In questo periodo di grande scandalo per il nostro Paese, qualcuno riesce a farci sorridere con una parodia divertentissima e ben fatta. Meglio di qualsiasi film in circolazione. Eccola!


venerdì 6 agosto 2010

Recensione film: L'uomo che verrà (Italia, 2010)


ATTENZIONE: SPOILER. Se non avete ancora visto il film, potreste rovinarvi la sorpresa. Non leggete pertanto le parti in rosso.

In tanti mi avevano consigliato nei mesi passati di guardare L'uomo che verrà, l'ultimo film di Giorgio Diritti che ha trionfato al Festival Internazionale del Film di Roma e ha vinto 3 David di Donatello, tra cui il premio per il miglior film. Questa sera ne ho avuta finalmente l'occasione. 
Il film si ispira ai fatti tragici dell'eccidio di Monte Sole, ed è stato girato in buona parte nei boschi del bolognese. Dialoghi in dialetto, peraltro piuttosto ben fatti e mai ridicoli, scene in interno veramente molto ben curate e meditate, storia cruda, come del resto ci si aspettava.
Nonostante ciò, il film non mi ha convinto e non posso certo dire che mi sia piaciuto veramente. Sono moltissimi i   motivi che mi spingono a non promuovere questo film, e cercherò di elencarne i più importanti.
Primo tra tutti, è la narrazione lenta. Sono consapevole del fatto che non sia facile girare oltre 1 ora e 45 minuti senza raccontare la vita della gente e dare un minimo di inquadramento alla storia, ma a mio avviso si è calcata troppo la mano su questo aspetto. Si potevano tagliare 10 minuti di scene inutili e rendere il tutto più snello e digeribile.
Seconda cosa: l'impressione che ho avuto è che questo film arrivi "tardi". E' tutto un visto e rivisto. Troviamo una bambina come protagonista, peraltro bravissima, ma di film che raccontano la guerra con gli occhi dei bambini ce ne sono già stati e l'impressione che ho avuto è che fosse un mero espediente per cercare la lacrima facile tra il pubblico. L'ufficiale tedesco che si comporta da bestia e poi salva Alba Rohrwacher perchè gli ricorda sua moglie non può che richiamare alla mente Ralph Fiennes in Schindler's List, così come tutti i tedeschi, estremamente stereotipati nei loro sbraiti e nella loro sanguinaria follia.
Terzo punto: ma il finale è un finale? Abbiamo passato quasi due ore del nostro tempo in compagnia di una bambina muta che alla fine apre bocca per cantare una ninna nanna...verrebbe da porsi quella serie di espressioni monosillabiche del tipo "sì...mah...ok...boh...moh". In poche parole è inconcludente, e non riesce neppure a commuovere, se questo era il suo intento. E' di un buonismo tremendo, e non si capisce bene il senso della cosa. La speranza, il futuro, l'uomo che verrà. Sì, ma..?!
Cosa ha di più questo film degli altri film già visti che parlano di eccidi, guerra, e pagine nere della nostra storia? Solo i dialoghi in dialetto bolognese, mi pare. Senza di quelli, sarebbe un film assolutamente "standard".
Ho sentito molti commenti del tipo "a me sono piaciuti molto i dialoghi in dialetto sottotitolati, bella idea". Sì, bella idea, ma non originale in sè. A mio parere questi dialoghi sono stati introdotti apposta per salvare un film che in partenza partiva già con buoni propositi, ma che non sapeva come distinguersi da ciò che è già stato fatto. "La bambina era eccezionale". Sì, vero, ma non basta, se il resto fa acqua.
Ultimo punto: sarà che siamo bombardati di violenza tutti i giorni, sarà che guardo parecchi film in cui il realismo domina, ma alcune scene tragiche erano poco credibili, come solo noi italiani sappiamo fare. Fare un primo piano inoltre su un "morto"  che morto in realtà non è, e vedere le palpebre muoversi, è veramente masochistico, dopo che si è curata maniacalmente la scenografia. Oltretutto sarebbe stato opportuno mettere un po' di cerone sul viso, che risultava colorito e assolutamente poco credibile. Diciamo che se c'è un vero punto debole è proprio il trucco, aspetto che in film come questi è fondamentale. Lo ha capito bene Spielberg 17 anni fa, quando ha realizzato il suo capolavoro sbattendoci la violenza in faccia.
Qui non si è osato così tanto, e questo forse è il motivo che mi porta a bocciare il film. Si è preferito puntare tutto sui bambini, sulle note di folklore, e sul "questo funziona sempre" ed è mancato il coraggio di sviluppare una storia svincolata da stereotipi e presunte scene strappalacrime, peraltro malriuscite. Peccato, perché gli attori, le musiche, la regia (salvo qualche "volo d'angelo" con la cinepresa, a mio avviso eccessivo) e tutti gli ingredienti per fare un ottimo lungometraggio c'erano. L'amalgama, però, non è stato sufficientemente compatto.

domenica 18 aprile 2010

Recensione film: Green Zone (2010)


Ieri sera sono tornato al cinema per vedere Green Zone, nuovo film di Paul Greengrass con un super Matt Damon nei panni di un soldato americano che per primo mette in dubbio le fonti dell'intelligence americana riguardo i siti delle famose e fantomatiche armi di distruzione di massa, che si sono rivelate un mero pretesto per poter dichiarare guerra all'Iraq.
Malgrado i buoni propositi, il film non sta in piedi. Parte veloce, prosegue lento per almeno il 35% della durata, poi finisce velocissimo, con vibrazioni forzate senza alcun smorzamento, cosa che ha provocato nei presenti in sala dolore agli occhi, lacrime, e conseguente caduta di lenti a contatto, nel migliore stile di Greengrass.
E' la trama ad essere veramente pallosa, intrisa di falso buonismo e di stereotipi come l'interprete Freddie, che a tratti appare così ridicolo nel doppiaggio da non essere neppure credibile.
Immagino che non sia facile costruire 116 minuti di film su una trama che si poteva spiegare in 30 minuti, ma nulla vieta di cambiare soggetto o quanto meno buttarsi nello splatter peggiore: sono state tante le persone in sala che si sono messe a guardare l'orologio per la noia che si stava creando. Siamo usciti tutti sbadigliando e delusi da un  film su cui le aspettative erano molto alte. Per fortuna, mi è costato solo 1 euro grazie a City Deal.

lunedì 5 aprile 2010

Recensione: Gamer (2009)

Brutto perdere tempo a parlare di Gamer, ma come si suol dire, "ci tocca". Quando ho visto che Neveldine & Taylor, alias i due registi più cazzari di Hollywood, erano stati chiamati a dirigere tale capolavoro di idiozia, subito mi sono messo sull'attenti, per essere presente all'anteprima del film. E così ho fatto. 
Gamer è la brutta copia di un altro brutto film chiamato Avalon, che in pochi conoscono, e che ha la medesima trama con qualche sfumatura modificata per l'occasione. Altri importanti spunti sono presi dal capolavoro Schwarzeneggeriano The Running Man, uscito in Italia con il più esilarante titolo L'implacabile
Il nostro eroe di turno è Gerard Butler che, sempre reduce dall'esperienza 300, dalla quale non si è mai ripreso, accetta di essere pilotato nella testa da un ragazzino sbregaz e ricco sfondato, che lo comanda dalla sua cameretta in cui è presente un super schermo virtuale a 360°, per evitare una condanna a morte. Tutto questo avviene in un mondo completamente rincoglionito, in cui dominano le peggiori perversioni che vengono attuate virtualmente da schifosi grassoni unti e ingordi di burro d'arachidi grazie alla geniale invenzione di Ken Castle, che per noi tutti fan dei serial americani è meglio conosciuto come Dexter Morgan. Ovviamente il gioco viene seguito in diretta dalla popolazione di tutto il mondo, divertita a vedere gente che muore e si uccide a vicenda, a causa dell'alto tasso di coca nel il cervello mista a zucchero filato. 
Il nostro eroe, tra cervella che saltano per aria, e azione psichedelica allo stato brado, riuscirà ad uscire dal gioco e a farla pagare al suo peggiore aguzzino, responsabile della sua prigionia e della sua condanna a morte, in un tripudio di colori e dialoghi barbini.
Un film semplicemente penoso, da guardare solo se in preda a una crisi esistenziale e imbottiti di Lexotan.